“American sniper”, Clint Eastwood. L’eroe a stelle e strisce.

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Per Clint Eastwood un ritorno col botto. Davvero. Supera con un balzo i passaggi a vuoto di “Hereafter” e “J. Edgar” el’interlocutorio “Jersey Boys”, per riproporsi su uno dei temi che più gli cono congeniali: la guerra.

Dietro le quinte

Diciamolo: “American Sniper” è a tutti gli effetti un progetto di Bradley Cooper, il quale nel 2012 ha fondato la 22nd & Indiana, la casa di produzione che si è assicurata i diritti cinematografici della biografia di Chris Kyle, protagonista del film di cui vi stiamo parlando. La 22nd & Indiana è sotto contratto con la Warner (tanto che i suoi uffici sono proprio nei palazzi della major), e sta partorendo una serie di progetti tutt’altro che trascurabili. Ecco perché il nome di questa piccola compagnia compare tra i titoli di testa e Bradley Cooper figura nella lista dei produttori.

Altro particolare interessante: il film è passato di mano varie volte per quanto riguarda la regia. L’ultimo a mollare il progetto, nell’estate 2013, fu un certo Steven Spielberg. Che lo lasciò nelle ottime mani di Eastwood, nonostante sulla direzione artistica del vecchio Clint fosse stato sollevato qualche dubbio, vista la nota rilassatezza con cui il regista di San Francisco affronta le sceneggiature.

Pochi fronzoli, tutta polpa

Non c’è tempo per il riscaldamento. I minuti dedicati alla presentazione del protagonista sono veramente pochi. La vita di Chris Kyle prima dell’arruolamento viene sintetizzata bruscamente tra scene di famiglia, cavalcate al rodeo e infine quelle immagini dell’11 settembre che accenderanno nel ragazzotto texano il fuoco sacro del patriottismo. Veloce passaggio sull’arruolamento nei Navy Seals, sull’addestramento, sul primo incontro con la sua futura moglie, e poi via, dritti nel mezzo dell’azione dei teatri di guerra.

La lunga parte centrale segue i canoni del film di guerra moderno: esaltazione del cameratismo, difesa appassiomata dei locali innocenti, turbamenti psicologici dei protagonisti. Per quattro volte vediamo Kyle andare in missione per poi tornare a casa in un contesto familiare che gli è sempre più estraneo.

L’ultimo ritorno, quello definitivo, si consuma in una coda drammatica di rientro nella società civile, che poteva essere affromtato con maggiore ricchezza di particolari e profondità.

Nessuna giustificazione per i cattivi

Se si guarda ai cattivi, però, “American sniper” ci spedisce immediatamente negli anni ottanta.

Il cinema contemporaneo ci ha insegnato che l’eroe negativo un’anima ce l’ha (o per lo meno ce l’aveva), che dietro le scelte di campo ci sono delle motivazioni ed un vissuto. Non così per i nemici iracheni, irrimediabilmente brutti, sporchi e cattivi, come gli scagnozzi di un trafficante di droga messicano. Su tutti il cecchino siriano, perennemente con quel ghigno da cattivo scazzato che non muoverebbe a compassione nemmeno sua madre.

D’altra parte “American sniper” ha la sua ragione d’essere nella risposta patriottica seguita all’11 settembre, quindi non ci si poteva aspettare in alcun modo un approccio compassionevole. Soprattutto se si pensa che a raccontarci la storia è un vecchio repubblicano di nome Clint.

Comunque nonostante il patriottismo americano la faccia da padrone (potrebbe essere diversamente?), Eastwood riesce a resistere ad una tentazione alla quale spesso anche lui ha ceduto: quella della bandiera. Di stelle e strisce ce ne sono pochissime, e solo come elementi irrinunciabili. Nessuna concessione alla facile commozione del vessillo contro il cielo con sottofondo di ottoni.

Bradley Cooper tenerone armato

Impossibile togliere al titolare del progetto il ruolo di protagonista, me ne rendo conto. Mi rimane comunque qualche dubbio sulla credibilità di Bradley Cooper nei panni del cecchino più letale d’America. Gran prova d’attore, sia chiaro. E grande impegno fisico (è diventato semplicemente gigantesco per assomigliare il più possibile al Chris Kyle originale). Ma quegli occhioni teneri e quella bocca sempre sull’orlo della smorfia timida non mi hanno del tutto convinto nemmeno quando erano nascosti dietro una folta barba e un paio di occhiali da sole.

Perfetta Siena Miller. Nulla da dire.

Cucciolone Bradley Cooper, dieci morsi dieci.

Cucciolone Bradley Cooper, dieci morsi dieci.

Silenzio

Niente colonna sonora. Pazzesco.

Clint da almeno dieci anni si fa aiutare dal figlio Kyle nella stesura delle colonne sonore dei propri film. Colonne sonore che sono ormai un marchio di fabbrica: rarefatte, leggere, a tratti infantili nella loro semplicità. Le poche note di pianoforte, o il morbido e lento arpeggio di chitarra sono ormai una presenza confortante in tutte le pellicole di Eastwood. Non in “American sniper”, dove il primo commento sonoro originale arriva dopo quasi venti minuti di film, per poi non tornare più.

L’unica concessione extra sono alcuni inserti elettronici che sottolineano i momenti di tensione più delicati, nei quali le armi sono spianate e le dita tremano sui grilletti.

Gran ritorno

Alla fine però si tratta di un grandissimo ritorno per Eastwood. Gli abbuoniamo “J. Edgar” e lo riaccogliamo tra il novero dei grandi narratori americani.

immaginatevelo, ottantatreenne, tra Humvee e macerie… Ci sei mancato, vecchio!

84% Ci sei mancato

Gran ritorno di Eastwood. Una vicenda tutta a stelle e strisce, ad uso e consumo del pubblico americano. Patriottico e schierato ma senza cadere nella propaganda.

  • 84 %

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Harbor master

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