“Bang!”, Gotthard. Dove stiamo andando?

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I Gotthard sono in un delicatissimo momento di passaggio. Inutile nasconderlo. “Firebirth” è stato l’album del coraggio. Quello che in ogni caso era difficile contestare troppo duramente viste le tragiche circostanze che avevano accompagnato la sua uscita. Il bonus emozionale la band svizzera se l’è quindi giocato all’epoca e per “Bang!” non ci sono più scuse. O la va o la spacca: o i Gotthard funzionano senza Steve Lee (ecco, l’ho nominato), o non funzioneranno mai più.

Cosa aspettarsi? Una bomba rock melodica come “Lipservice”? Oppure, come piace a me, una sassata di cattiveria come “Domino Effect”? Oppure ancora una sterzata feroce verso nuovi suoni? Mi andrebbe bene qualsiasi delle opzioni, purché dalle cuffie uscisse qualcosa dal forte profumo di rilancio.

Gotthard 2014

Gotthard 2014

Invece no. Dispiace dirlo in modo così brutale, ma i Gotthard del 2014 sembrano alla deriva nello spazio profondo dell’hard rock, diretti con decisione verso la periferia dell’universo.

Siamo sinceri. Credo nessuno sia saltato sulla sedia sentendo il singolo “Feel what I feel” (in coda trovate anche il video ufficiale). Il pezzo è tipicamente Gotthard, ovvero ruffiano al punto giusto, in equilibrio misurato tra il graffiante e il melodico. Vero è anche, per contro, che il tipico è talmente tipico da diventare drammaticamente scontato.

I singoli, si sa, sono un mondo a parte, e troppo spesso le band ci hanno ingannato con singoli radiofonici che anticipavano album che di radiofonico poco avevano. Stavolta, invece, il singolo si rivela specchio fedele del disco intero.

“Io credo che non ci sia niente che non va in questa tastiera“, diceva Ray Charles ai Blues Brothers. Così come non c’è niente che non va in “Bang!”. Solo lascia perplessi il fatto che ascolto dopo ascolto non ci sia un pezzo o un riff che rimanga veramente stampato nella testa e che possa fare da portabandiera per il disco intero.

Evitando l’analisi traccia per traccia, commentiamo qualche brano che ci ha comunque colpito, in positivo (pochi) o in negativo (i più):

  • Get up ‘n’ move on – Attacca stile “Burn” dei Deep Purple e va di ritornello stile “Perfect Crime” dei Guns ‘n Roses. Peccato ricordarlo per gli ispiratori anziché per i reali compositori.
  • C’est la vie – Se i Gotthard hanno pubblicato due raccolte di ballate un motivo c’è. Dubito che questo pezzo sarebbe finito in uno di quei dischi. Soprattutto dubito che Steve Lee si sarebbe esibito in mugugni come quelli che Nic ci regala nei primi 15 secondi di canzone.
  • Spread your wings – Oh, finalmente ci siamo! Un riff che spinge a imbracciare la chitarra e una strofa con del pathos!
  • I wont’t look down – Toccava agli Zeppelin, l’omaggio.
  • Red on a sleeve – Old style Gotthard. Pollice su.
  • Thank you – La suite epico orchestrale è la ciliegina sulla torta dell’incomprensibile. Fatico a comprendere le intenzioni dietro una operazione di questo tipo che cozza contro tutta la storia compositiva della band.

Conclusione

Tranquilli, se mettete su il cd durante un lungo viaggio in macchina, avrete la vostra colonna sonora perfetta. I Gotthard non tradiscono mai, né come compositori, né come arrangiatori. E la produzione è di quelli inattaccabili. Semplicemente perfetta.

Manca il pezzo memorabile. Manca l’unghiata che ti segna la guancia e ti fa alzare di una tacca il volume. Ma l’età dell’ora, per ovvi motivi, non tornerà.

60% Al merito

I tempi d'oro sono andati. Disco senza infamia e senza lode. Sempre meno i pezzi da ricordare, sempre di più i riempitivi. Sufficienza al merito.

  • 60 %

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Harbor master

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