“Gotthard” in tour. Per me è si.

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Possiamo dire che l’ultimo disco non mi aveva esattamente entusiasmato (ecco qui il commento: “Bang!”, Gotthard. Dove stiamo andando? ).
Possiamo anche dire che neppure il tour di “Firebirth” non mi aveva esattamente entusiasmato.

A questo punto, però, mi trovo gioiosamente costretto a riconoscere che ieri a Milano i Gotthard mi hanno chiuso la bocca. Facendomela spalancare.

Ambiente

A ospitare l’evento è il ben noto mezzo Alcatraz. Non c’erano dubbi al riguardo: la versione ridotta del locale basta e avanza per la piccola folla di fan, cospicua ma di certo non oceanica, che ha deciso di supportare la band svizzera anche dopo il disco numero 11, il secondo senza lo storico cantante che a questo punto evito persino di nominare.

Planethard

I Planethard, già band di apertura nel precedente tour, si dannano l’anima per smuovere un pubblico particolarmente moderato.  La nuove voce della band vince ma non convince, e mi resto qualche punto interrogativo in merito alla sua gestione del palco, ma mi rendo anche conto di quanto sia discutibile pretendere la perfezione dall’ultimo arrivato.

Gotthard

Cambio palco rapido, attesa minima, tre due uno via!
I Gotthard salgono sul palco sull’intro che fa anche da apertura al loro ultimo lavoro. Leo Leoni attacca con la consueta, amabile e invidiabile ignoranza il riffone di “Bang!”, e ciao, non ce n’è più per nessuno.

Squadra al completo, viva le foto col cellulare (Gotthard - Alcatraz, 16 ottobre 2014)

Squadra al completo, viva le foto col cellulare (Gotthard – Alcatraz, 16 ottobre 2014)

Come in ogni concerto che si rispetti i livelli inizialmente non sono al top. Ma, sempre in linea con gli standard, dopo tre pezzi tutto suona a dovere, anche se un po’ di botta aggiuntiva la batteria se la sarebbe meritata: gran rullo, ok, ma è mancata come l’aria una cassa potente che ci sfondasse il petto.

Nic Maeder mostra subito di aver sconfitto quei (comprensibilissimi!) timori che avevano penalizzato le sue prime performance con i Gotthard. Chi c’era due anni fa ricorderà benissimo la soggezione con qui il ragazzotto affrontava il pubblico, soprattutto sui quei pezzi acustici che per anni hanno rappresentato l’essenza espressiva del suo illustre predecessore. E chi c’era due anni fa ricorderà come a fine concerto Leo Leoni avesse rassicurato il proprio cantante pronunciando al microfono un paterno “te l’avevo detto che sarebbe andata bene” che sapeva di consacrazione.

Ora Maeder è definitivamente a bordo. Domina il palco con sicurezza, imbraccia senza timori chitarra e fisarmonica (beh, in quest’ultimo caso a dire il vero le dita tremanti sulla tastiera erano più che evidenti!) e prende possesso del suo pubblico. Magari non proprio con i gradi di capitano, che nessuno può togliere a Leoni, ma indubbiamente con un ruolo di primissimo piano.

Leoni ruggisce, viva le foto col cellulare (Gotthard - Alcatraz, 16 ottobre 2014)

Leoni ruggisce, viva le foto col cellulare (Gotthard – Alcatraz, 16 ottobre 2014)

Su Leo Leoni è inutile spendere parole. Il chitarrista che tutti vorrebbero nella propria band. L’uomo trasuda letteralmente rock da ogni centimetro quadrato di pelle (unta), da ogni capello (unto), da ogni chitarra (unta pure quella). Il millimetro di sudiciume che ricopre il top delle sue Les Paul è probabilmente un ottimo terreno di coltura per il nuovo ceppo di Ebola, ma al tempo stesso la dice lunga su come Leoni affronti la sfida del palco: con tanto, tanto, tanto epico sudore.
L’eroe riconosciuto è lui. Un eroe della porta accanto, umile al punto da tornare al microfono, dopo l’ennesimo coro a lui dedicato, per ricordare al pubblico una cosa non banale: “Non ci sono solo io”. I fan capiscono al volo e intonano un “Gotthard! Gotthard!” che pareggia i conti.

Leoni, va bene. Ma anche Hena Habegger. Se alla sei corde dei miei sogni c’è il biondo leader della band, alle pelli io vorrei questo metronomo umano. Anno dopo anno sono sempre più convinto che una buona metà del merito del sound compatto ed esplosivo dei Gotthard sia merito di questa macchina da guerra che picchia dritto e preciso, fregandosene di tecnica (comunque sopraffina) e frivolezze.
“Al cuore Ramon, mira al cuore”. Ed è proprio lì che spara Hena.

Scaletta

Lunga e perfetta. Non so dire altro.

“Mater of Illusion” e “Domino Effect”, capolavori sull’orlo del metal tratti dal disco del 2007, incassano con mia sorpresa un’accoglienza tiepidina. Mentre il collaudatissimo set acustico centrale, spezzato in due tronconisempre un po’ troppo lungo per i miei rockeggianti e maleducati padiglioni auricolari, riscuote scroscianti approvazioni, con grande partecipazione del pubblico femminile.

Discutibile, secondo me, la scelta di “Thank you” come secondo e conclusivo bis. Evidentemente i Gotthad credono molto nel pezzo. Io molto meno.

Who cares

Ma poi chi se ne frega, della scaletta.

La serata è stata praticamente perfetta. Partecipazione, calore, alto minutaggio, emozione. All’Alcatraz i Gotthard sono tornati a regalare al pubblico uutto quello che si può desiderare da un concerto.

L’età dell’oro, dopo vent’anni e undici dischi, è già bella che andata. Ma dal vivo i Gotthard sono destinati a regalare soddisfazioni ancora per molto tempo.

 

85% Redivivi

Prova di esperienza. Come una spallata di Franco Baresi, sulla schiena dell'attaccante, al limite dell'area, al novantesimo.

  • 85 %

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Harbor master

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