“Pearl Jam Tour 2014”: cronaca di un trionfo annunciato.

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Metto subito la mani avanti. No, non sono un fan dei Pearl Jam, o almeno non lo sono in senso stretto. “Ten” è ovviamente presente nella mia collezione e ogni tanto lo riascolto con il piacere che merita, ma purtroppo non rientro in quella fascia di età sopra i 30 che ha vissuto i primi anni ’90 in prima linea, fagocitando tutto il buono che la musica alternativa ha saputo offrire in quegli anni. Sono arrivato tardi, un po’ come il biglietto per il concerto dello scorso 22 Giugno, giunto tra le mie mani a meno di una settimana dall’evento triestino, quasi per sbaglio. Perché questa inquietante premessa? Perché il report che state per leggere non somiglierà al modello di fredda celebrazione annunciata che potete benissimo trovare altrove. Nossignori. Però è anche vero che ci sono delle necessità narrative da rispettare, e quindi prima di tornare sdegnati alle vostre vite lasciatemi almeno presentare l’esaustivo bilancio della serata.

35 canzoni. Tre ore spaccate di concerto. E sì, i Pearl Jam sono ancora belli e bravi come una volta, nonostante i 50 siano appena dietro l’angolo. Le canzoni che volevamo sentire c’erano tutte, con qualche sorpresa e poche impercettibili assenze. Ah, sembrava dovesse piovere e invece il tempo fortunatamente ha tenuto. Cosa volete di più?

Un Lucano.

Un Lucano.

Sbrigate le importanti formalità, concentriamoci sulle note a mio giudizio più interessanti sull’evento di Trieste. Stadio Nereo Rocco: ecco, per chi come il sottoscritto è più abituato all’atmosfera raccolta di sperduti circoli di provincia, a qualche locale meneghino e ad alcuni sparuti open-air, l’andare alla stadio a vedere un gruppo che suona rappresenta un’esperienza del tutto nuova. Lo stadio della Triestina altro non è che una di quelle meravigliose cattedrali nel deserto sparse per il nostro stivale: di nuovissima costruzione e inaugurato solo nel 1992, il Nereo Rocco è in realtà uno stadio decisamente all’inglese, con gli spalti posizionati in prossimità del campo da gioco. Benissimo quindi, peccato solo per la posizione troppo centrale, che ha costretto buona parte del pubblico a raggiungere la location da parcheggi più o meno improvvisati posizionati a diversi chilometri di distanza. E qui arrivano le note più dolenti: 5 euro per la navetta non sono proprio un regalo, così come il servizio di ristorazione all’interno del concerto che proponeva come piatto forte la birra Heineken in bottiglia di plastica da 33 cl sempre alla modica cifra di 5 euro. Della serie “arraffa e scappa“, come da migliore tradizione italiana.

Il concerto inizia con il sobrio ingresso di Vedder e compagni addirittura in anticipo di dieci minuti sull’orario ufficiale riportato sul biglietto. Tanta premura viene ripagata da un inizio soft con l’accoppiata formata da “Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town” e “Low Light“, ma basta poco per tastare il vero polso dei Pearl Jam e dei 35mila di Trieste: prima “Black“, poi l’ultimo singolo “Sirens” e infine il fantastico trio “Why Go“/”Animal“/”Corduroy” alzano di un paio di spanne il volume della serata. Il palco è allestito con inaspettata sobrietà e l’acustica è buona ma a dire il vero non eccezionale. Ad uscirne penalizzato, non me ne vogliate, è proprio il nostro Eddie, in più di un’occasione sovrastato dal resto della band, soprattutto quando gli si chiede di replicare in qualche maniera i picchi di aggressività dei primi album. Con Gossard volutamente defilato e McCready spesso impegnato in virtuosismi piuttosto impegnativi, lo show visivamente è in mano alle bizzarre movenze di Jeff Ament e al drumming potente e ordinato di Matt Cameron (Soundgarden). Tutti grandi artisti e professionisti, al servizio di colui che meglio di chiunque altro impersona lo “spirito Pearl Jam“.

Chiariamo subito un punto: Eddie Vedder anche se non ha la tenuta vocale di colleghi più scolarizzati (Chris Cornell) e di alcune brillanti nuove leve (Myles Kennedy), è in tutto e per tutto l’anima e il cuore pulsante della band di Seattle. In 35mila pendiamo dalle sue labbra, sia quando commosso dedica “Come Back” al migliore amico scomparso di recente, sia quando racconta della figlia di cinque anni alle prese con quella diavoleria europea chiamata “bidet“. La nitida sensazione è che ci sia veramente poco di costruito dietro al suo personaggio e che quello che esprime stando sul palco in camicia a quadri, t-shirt e tutore al ginocchio sia tutt’uno con la mente che ha partorito brani di irraggiungibile intensità come “Better Man“, “Jeremy” e “Given To Fly“. Parola di non-fanboy.

Come avete potuto da vedere dalla parziale setlist allegata a inizio pagina, Ten è stato più che degnamente rappresentato, così come gli tutti gli altri cavalli di battaglia della band. Meglio del previsto gli estratti dall’ultimo album “Lightning Bolt“, che dal vivo guadagnano non poco in impatto e aggressività. Menzione speciale e doverosa per “Crown of Thorns“, tributo ai Mother Love Bone di Gossard e McCready, e al finale di show affidato ad un’altra cover, “Rockin’ in the Free World” di Neil Young, e alla solita b-side di lusso “Yellow Ledbetter“.

La sensazione, anche a distanza di qualche giorno, è di aver partecipato ad un evento da consegnare a futura memoria, uno spaccato generazionale dove l’effetto nostalgia ha giocato un ruolo importante ma non così decisivo. Questo perché i Pearl Jam del 2014 sono andati ben oltre la ribellione grunge di inizio carriera, merito di un percorso artistico sempre credibile e ad una fan-base fedele ed eterogenea. A maggior ragione dopo oltre 20 anni di onorata carriera vissuti con l‘autorevolezza di chi ha scritto pagine importanti della storia del rock. E la caparbietà di chi ce l’ha fatta nonostante tutto. Meritatamente “Still Alive“.


Autore

Lenny Hendricks

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