“The imitation game”, scienza, storia, vita. Tutto facile, troppo facile.

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La scienza a buon mercato va parecchio di moda. Tra cometa, marte, voli spaziali turistici, Tesla, Cristoforetti e soci, c’è solo l’imbarazzo della scelta. La cosa non mi dispiace affatto. In un paese che da sempre affronta con un sorrisino di sufficienza tutto quello che non è umanistico, sapere che qualcuno riesce a farsi scaldare il cuore dagli affascinanti temi della scienza e della tecnica è confortante.

Avrei quindi scommesso tranquillamente qualche decina di euro (si, mi piace scialare) sul successo commerciale di “The imitation game”, anche perché la presenza di un’attore sulla cresta dell’onda come Benedict Cumberbatch e di una stella affermata come Keira Knightley rappresentavano a tutti gli effetti un’assicurazione sui risultati.

Le vicende narrate sono note, non c’è rischio di anticipare il finale. La storia di Enigma e della squadra di scienziati che lavorò per scardinarne i segreti era già stata romanzata (“Enigma”, di Robert Harris, lo lessi una quindicina di anni fa) e portata sul grande schermo nel 2001.
“The imitation game” sposta il centro dell’attenzione. La guerra, tratteggiata solo da poche inquadrature in computer grafica di dubbio gusto, è semplice cornice per la vicenda umana di Alan Turing, giovane, brillante, problematico scienziato inglese. In un continuo rimbalzo di linea tra presente, passato prossimo e passato remoto, seguiamo lo zigzagante percorso di crescita di un uomo in conflitto con sé stesso e con chi lo circonda, a causa di un’omosessualità che l’Inghilterra dell’epoca considerava reato.

Poca profondità

Ottima prestazione di Cumberbatch, perfettamente a suo agio nei panni dello scienziato anni Quaranta. Ammesso e non concesso che Alan Turing fosse veramente una persona così problematica. A tratti sembra sfiorare l’autismo nella sua cronica impossibilità di relazionarsi con gli altri: non capisce le battute, risponde solo quando precisamente interrogato, non sa raccontare una barzelletta. Insomma, il cliché dello scienziato iperdotato e sociopatico rispettato da cima a fondo. Che funziona sempre perché porta simpatia, ma che mi sa anche di scelta facile.

Tutto è molto semplificato, in realtà. Tutti i personaggi che circondano Turing sembrano di carta velina. A partire dall’amica/fidanzata Joan Clarke, interpretata da una Knightley a mezzo servizio, che tollera con disarmante freddezza tanto la proposta di matrimonio di Turing quanto la sua rivelazione circa la propria omosessualità. Per continuare con il compagno crittografo, pronto in un batter d’occhio a passare da principale oppositore a salvatore della squadra. Per concludere con l’altro collega, presunta spia russa, la cui storia viene prima assurta a cruciale e poi misteriosamente abbandonata a sé stessa.

Facile

Un film facile. Nel quale il faro puntato sull’interiorità di Turing ha obbligato gli sceneggiatori a lasciare in ombra, mal delineati, personaggi e storie di contorno.
Un film che mi ha fatto passare un paio di ore piacevolmente rilassate ma che probabilmente non rivedrò.

Ciliegina sulla torta: la battuta memorabile

Sicuramente “The imitation game” (e traduceteli i titoli quando è così facile!) si candida per la più intricata e meno memorizzabile battuta del 2015. Ripetuta per tre volte nel film, lanciata nei trailer, nelle intenzioni una frase da ricordare.

“Sono le persone che nessuno immagina possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.”

Diciamolo, “Francamente me ne infischio” o “Questa è Sparta” sono riuscite un po’ meglio.

64% Carta velina

Un film leggero leggero. Facili emozioni senza scavare troppo in profondità. Da vedere una volta e poi ciao.

  • 64 %

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Harbor master

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