“The judge”. Legge, famiglia, onore e gigioneria.

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Sono un gran fan dei legal thriller. Se John Grisham, Steve Martini e Richard North Patterson fossero in grado di regalarmi una nuova uscita al mese, sarei un uomo molto molto felice. Quindi un titolo come “The Judge”, unito a nomi come  Robert Duvall e Robert Downey Jr., non poteva che diventare uno stimolo irresistibile per i miei istinti tribunaleschi.

Legal?

The Judge - Robert Duvall e Robert Downey Jr., padre e figlio, alla sbarra

The Judge – Robert Duvall e Robert Downey Jr., padre e figlio, alla sbarra

Di legal, in fondo non c’è poi granché, oltre alla cornice. Duvall è Joseph Palmer, vecchio giudice che da oltre quarant’anni presiede la corte di una cittadina adagiata nei boschi dell’Indiana. Downey Jr. è Hank Palmer, figlio del suddetto giudice, avvocato di successo in una Chicago che ha rappresentato per lui la fuga della dispotica educazione del padre, dalla provincia, dalle aspettative.
La storia è quella del problematico ritorno a casa di Hank, a causa di un lutto familiare, e dell’ennesimo confronto (quello finale?) col padre col quale aveva giurato di non voler più parlare.

Drammone familiare, di provincia

Non resisto nemmeno al dramma familiare. Mi piacciono gli scontri generazionali, i confronti a viso aperto, il riemergere di tutti i “non detto” del passato. E qui ce n’è a palate.
La sceneggiatura equilibrata non consente di tifare a viso aperto per nessuna delle parti in causa. La rigidità del padre ha come perfetto contraltare l’arroganza del figlio, e, come accade in ogni famiglia di questo mondo, in ogni discussione la ragione difficilmente sta da una parte sola.

Tema altrettanto nodale, anche se collaterale, è quello dell’eterno scontro provincia contro città. La provincia intesa come chiacchiere, aspettative, rispettabilità, tradizioni familiari. Chi in provincia ci è nato, vive in costante equilibrio precario tra l’anelito alla fuga e il forte richiamo delle origini e dell’identità. E Hank Palmer che corre in bici senza mani sulle strade di campagna, indossando la sua vecchia maglietta dei Metallica, è un emblema fatto e finito di questa dicotomia.

Robert vs. Robert

The Judge - Robert Duvall riempie lo schermo con i suoi 83 anni

The Judge – Robert Duvall riempie lo schermo con i suoi 83 anni

A vincere, alla fine sono i due attori. Ai punti, il cuore mi porta a propendere per Duvall, una dei volti più rassicuranti del cinema americano. La sua interpretazione è tutta giocata sulle sue 83 primavere, che non ha alcuna intenzione di camuffare. Anzi, ne fa uno strumento di recitazione sparato dritto in faccia al pubblico, soprattutto nelle toccanti scene di sofferenza personale.

The Judge - Robert Downey Jr. qui incredibilmente resiste alla tentazione di sgranare gli occhi

The Judge – Robert Downey Jr. qui incredibilmente resiste alla tentazione di sgranare gli occhi

L’altro Robert, ormai un Re Mida della celluloide, viaggia sui suoi ritmi abituali. Che, personalmente, a volte tollero a fatica. Diciamo che non riesco a capire perché Downey Jr. senta sempre la necessità, tra una toccante scena magistrale e l’altra, di sgranare gli occhi e gigioneggiare piazzando un Tony Stark dietro ogni angolo (in combutta con un Luca Ward che in questi casi non resiste alla tentazione).

Quindi

Film molto godibile, se vi piace il genere. Niente che rimanga negli annali di Hollywood, ma un prodotto confezionato a dovere.
Bravissimi attori (voglio sorvolare su Vera Farmiga, della quale mi innamoro ogni volta), sceneggiatura sapiente, bellissime location, giganteschi primi piani e una fotografia accattivante (controluce spinti di grande effetto).

Lo rivedrò con gusto.

70% Regge

Nulla che rimanga nella storia del cinema, ma sicuramente un prodotto godibilissimo. Ben confezionato e con due attori che non sbagliano.

  • 70 %

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Harbor master

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