“Yssa il buono”, John Le Carré. Volti vecchi per un mondo nuovo.

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Stimolati dal trailer “La Spia – A Most Wanted Man”, ultima prova d’attore di Philip Seymour Hoffman, ci siamo gettati nella lettura del romanzo di John Le Carré dal quale il film è tratto.
Se il generico titolo dato al film ha poco a che fare con l’originale, quello del libro è ancora più strano: “Yssa il buono”. Traduzione fantasiosa, ma, bisogna dirlo, un titolo che alla fine risulta quasi più calzante dell’originale.

Uscito nel 2008, “Yssa il buono” si inserisce nel nuovo, obbligato, corso della letteratura di spionaggio. Anche Le Carré infatti ha dovuto suo malgrado abbandonare i rassicuranti scenari da guerra fredda per affrontare il tema cardine del post 11 settembre, ovvero la minaccia del terrorismo islamico.

Cambia la fonte del terrore, vero. Ma non cambiano i personaggi al contorno. Perché a manovrare i fili, anche nel primo decennio del ventunesimo secolo, sono sempre i servizi segreti europei (inglesi e tedeschi) e quelli americani. Mentre nella parte dei burattini, come da tradizione, troviamo più persone normali di quanto ci piacerebbe immaginare.

Burocrati impegnati a difendere la propria posizione da un lato; un banchiere e un’avvocatessa dall’altro. E nel mezzo le loro storie private, i loro dubbi e la sicurezza mondiale. L’azione latita, come da manuale. Sono gli intrighi di palazzo il fulcro della narrazione. Le riunioni ufficiali, gli incontri segreti, le trattative riservate.

Ma di questo non ci lamentiamo. Il thriller “cerebrale” è il nostro pane. Così come ci piace la bella scrittura, al contempo limpida e densa, che di certo a Le Carré non manca. E che le traduttrici hanno saputo valorizzare.

80% Da manuale

Intrighi e doppi giochi. Per la sicurezza mondiale, sulla pelle dell'uomo della strada. Non il libro dei libri, ma magnificamente scritto.

  • 80 %

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Harbor master

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